copertina boboto segnimossi
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Alessandro Lumare è un artista visivo, Simona Lobefaro è una coreografa: dal loro incontro, nel 2014, nasce Segni Mossi, un progetto di ricerca per investigare la relazione tra danza e segno grafico, con bambini e adulti. Nel 2017 sono stati selezionati dall’organizzazione HundrEDpoiché ritenuto uno dei 100 progetti educativi più innovativi a livello mondiale.

Ciao Alessandro e Simona, grazie al web abbiamo avuto la possibilità di venire a conoscenza, già qualche anno fa, del vostro meraviglioso progetto “Segni Mossi”. Vi seguiamo spesso e con grande piacere abbiamo visto che il vostro lavoro continua a crescere senza sosta, raggiungendo degli ottimi risultati.

Ci raccontate un po’ chi siete e quali sono state le esperienze o i motivi, che vi hanno portato a scegliere il campo dell’educazione per il vostro progetto?

A: «Sono un autore di libri illustrati per bambini, montatore video, danzatore ed ex operatore sociale. Con Simona Lobefaro, coreografa e danzatrice abbiamo dato vita a Segni mossi nel 2014 con il desiderio di investigare la relazione tra la danza e il segno. Ci domandavamo e ci domandiamo come coinvolgere maggiormente il corpo nell’atto del disegnare e come rendere maggiormente visibili le tracce lasciate nello spazio dal corpo che danza.

In seguito alla pubblicazione dei miei primi Picture Books avevo cominciato a condurre laboratori di creazione di libri illustrati con i bambini nel circuito delle biblioteche del Comune di Roma e in alcune scuole dell’infanzia e primarie, ed ero colpito dall’osservare quanti bambini avessero, già a quell’età, un pessimo rapporto con il disegno. Paura di disegnare. Avevo voglia di smantellare quelle paure, quei blocchi e l’esperienza come danzatore e operatore sociale mi suggeriva di farlo attraverso il corpo».

S: «Ho una formazione che ruota attorno alla danza contemporanea di ricerca e alla performance. È un percorso in continua trasformazione che negli anni mi ha portato a un’idea di danza che più che abilità del corpo sia comunicazione, ponte tra un dentro e un fuori. “MAddAI” è il mio progetto coreografico, “Sistemi Dinamici Altamente Instabili” la compagnia con la quale collaboro da venti anni. Dedicarsi all’educazione è per me un atto “obbligato”: quando stai sperimentando qualcosa in cui credi senti il bisogno di condividerlo. Il corpo è dimenticato dalla scuola, dalla società, è quasi una “missione” far sì che più gente possibile lo pratichi. E quando parlo di corpo non intendo solo il corpo fisico, ma anche quello emotivo. Lavoravo da anni con i bambini, dal 2005 collaboro con il progetto Mus-e che si occupa di promuovere l’inclusione sociale nelle scuole pubbliche attraverso le arti. Nel 2014 Mus-e stava cercando dei progetti co-condotti che combinassero linguaggi differenti. Così è nata l’idea di Segni mossi».  

Come è nato Segni Mossi e in che cosa consiste?

A&S: «Avevamo appena creato una performance interattiva per bambini e adulti, Al cubo, per la rassegna “Giardini d’inverno” organizzata dal regista Fabrizio Pallara del “Teatro delle apparizioni”. Un primo esperimento nel quale combinavamo la danza e il disegno. Ed eravamo curiosi di spingerci oltre. Così abbiamo scritto il progetto “Segni mossi”, da subito “adottato” da Mus-e. Prima di cominciare a lavorare nelle scuole pubbliche abbiamo sentito il bisogno di rodarlo e così abbiamo dato vita a un laboratorio pomeridiano per bambini al Duncan 3.0, splendido spazio per la danza a Roma, ora chiuso. Cominciammo con nostra figlia di 6 anni e un paio di amichetti. Non avevamo un programma, avevamo solo il desiderio di indagare a fondo la relazione tra questi due linguaggi. Le proposte sono venute strada facendo, incontro dopo incontro, dalle idee dei bambini, dalle esperienze stesse che facevamo all’interno del laboratorio. Il tutto condito con suggestioni raccolte ovunque: ricerche, mostre, film, conversazioni, navigazioni, giochi con nostra figlia Sofia, osservazioni quotidiane».

A: «Segni mossi è un atelier, un luogo dove sperimentare insieme.  Siamo ossessionati dall’ambiente: quando entriamo in una scuola necessitiamo ritagliarci uno spazio altro, sia fisico che mentale. Ci teniamo a questa dimensione. Per i bambini è un po’ come entrare dentro un centro di ricerca, sentirsi parte dell’equipe. Per continuare il paragone con la comunità scientifica, la nostra è una ricerca svincolata da applicazioni pratiche: quel che conta è la qualità del lavoro, la disponibilità di tutti ad addentrarsi in territori inesplorati, il desiderio di stupirsi».

S: «L’ambiente è dato anche dalla qualità del gruppo, gruppo come luogo protetto all’interno del quale crescere, esporsi, sbagliare. Alimentiamo molto l’idea della rete, di cui far parte, che condizioni e che ti condiziona. Rete creata dal contributo individuale di ciascuno. Il gruppo è fatto di tante differenze».

A&S: «Arriviamo in classe con dei "se". Poniamo domande: Cosa succederebbe se? Se disegnassimo nel buio, saltando, muovendoci come stormi, rotolando; se disegnassimo su superfici immaginarie, semoventi. E ogni nuovo se, come accennavamo prima, nasce lungo il cammino, dal lavoro pratico, miscelato con le nostre esperienze di artisti. Non insegniamo. Non conosciamo risposte. Per ogni domanda ci sono infinite risposte. Noi ci limitiamo a costruire dei marchingegni, strutture all’interno delle quali esplorare. Tanto più il contesto è chiaro, definito, tanto più i bambini sono liberi di sperimentare al suo interno. Il limite è uno stimolo».

Ci raccontate cosa notate nei bambini nel partecipare ai vostri laboratori? Accade qualcosa in loro? Notate delle differenze tra “prima e dopo”?

A: «Entusiasmo, qualità dello sguardo, curiosità, concentrazione, responsabilità. Quel che accade è che i nostri clan si conoscono, si aprono, diventano un unico gruppo che condivide un interesse.

S: Quando ascolti i bambini, i bambini parlano: più attenzione ci metti, più ti coinvolgi e più loro si coinvolgono, scelgono, si appropriano dell’attività, in particolare quei bambini che le maestre ci rimandano avere più difficoltà con la didattica “convenzionale” e che con questo genere di attività hanno la preziosa possibilità di trovare altri modi, altri canali per dire la loro. E grazie a questo, le maestre e gli altri compagni possono guardarli in maniera diversa e loro trovano un posto nuovo all’interno del gruppo».

Sappiamo che siete attivi, non solo in Italia, ma anche e forse soprattutto all’estero. Ci racconti come l’Italia e gli altri paesi si approcciano al vostro progetto e se notate differenze anche nell’approccio educativo tra un paese e l’altro?

S: «Si, è vero, attualmente lavoriamo poco in Italia, purtroppo. Ci sono poche possibilità. Si ritorna a dire cose forse un po’ banali, come quella che in Italia si investe poco nella ricerca, nella cultura. E non è solo un fatto di soldi, ma di sguardo e di importanza che diamo alle cose.

A: «A me va bene così. Viaggiare apre la mente, ti cali nei panni dell’altro, sperimenti nuove risposte: “cosa succederebbe se facessimo così? »

S: «Però prima di parlare dell’estero, vorrei citare alcune realtà italiane che ci hanno sostenuto da subito: La scuola del fare/Elia Zardo, DES/Franca Zagatti, Mart dipartimento educazione/Ornella Dossi, e per parlare di una realtà a te vicina, La Primavera Pedagogica di Lecce. Stiamo lavorando un po’ in tutto il mondo soprattutto in Sudamerica, nei Paesi dell’Est, in Asia e moltissimo in Spagna: contesti diversissimi! In Cina e Russia ci rimandano quanto il sistema educativo sia ancora estremamente rigido e non a caso in Russia stanno nascendo molte esperienze di homeschooling. Però più che le differenze tra le diverse culture ci colpisce molto come i partecipanti delle nostre formazioni, a prescindere dal paese di provenienza, siano accomunati tutti da una grande voglia, una forte motivazione a sviluppare una modalità più sensibile e più all’ascolto delle necessità dei bambini, una tendenza globale incoraggiante. Ad oggi avremmo incontrato 2000 persone, ma molte di più ci scrivono per condividere le loro esperienze».

Nel 2017 siete stati selezionati da HundrED come uno dei 100 progetti più innovativi nel campo dell’educazione, migliori al mondo. Ci raccontate di questa esperienza?

A: «A proposito di tendenze incoraggianti. È stata un’esperienza esaltante: un summit con visionari provenienti da ogni angolo del mondo. Gente che raccoglie bambini che vivono tra fiumi che esondano per decine di chilometri, per accompagnarli nelle scuole, che favoriscono il mutuo soccorso tra adolescenti a rischio attraverso la creazione di social realmente social, e pure cool! E ancora scuole itineranti, che se ne vanno in giro per il pianeta, comunità di autoapprendimento e così via. Un’organizzazione perfetta, l’entusiasmo di un paese, la Finlandia, che si propone come un riferimento globale per quanto riguarda l’educazione».

Intervista a cura di Iliana Morelli