boboto intervista linda liukas
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Boboto intervista Linda Liukas, programmatrice informatica finlandese, scrittrice e anche illustratrice. Linda è anche speaker ufficiale del format americano TED, il marchio internazionale di conferenze che l’ha vista protagonista in più talk grazie a “Hello Ruby. Adventures in coding” il suo libro che nel 2014 ha raggiunto $380,000 su Kickstarter diventando il libro per bambini più finanziato sulla piattaforma. Linda è inoltre fondatrice di Rails Girls, una comunità non-profit in cui si insegnano le basi dei linguaggi di programmazione alle donne di tutto il mondo.

Boboto: ciao Linda, siamo davvero onorati che tu abbia accettato questa nostra intervista, noi di Boboto ti abbiamo conosciuto attraverso il tuo libro “Hello Ruby”, (edito da poco in italiano) e la tua coinvolgente talk al TED. Ci piacerebbe ti presentassi ai nostri lettori, diremo solo molto sinteticamente che sei una programmatrice, narratrice e illustratrice.

Ci racconti chi è Linda, cosa fa nella vita e qual è il sogno che unisce queste tre cose che fa, che all’apparenza, potrebbero sembrare così lontane tra loro?


Linda: mi chiamo Linda, sono autrice di libri per bambini, illustratrice e programmatrice. Il mio lavoro nasce da una considerazione di fondo che è quella che noi esseri umani non siamo come i computer. Il computer deve codificare l'informazione in un sistema semplificato e utilizza come forma dell'informazione il sistema binario, ossia la codificazione numerica a due cifre: 0 e 1. Noi esseri umani siamo invece un sistema complesso contenente molteplici sfaccettature. Nel mio lavoro tengo insieme istruzione, creatività e tecnologia.

Mai avrei immaginato fino a dieci anni fa che questo sarebbe stato il mio mestiere. Ovviamente non ho idea di dove mi porterà tra altrettanti anni ma mi ritengo molto fortunata: ho trovato la combinazione giusta per lavorare su questi tre temi e davanti a me ho ancora moltissimo tempo.


B: ti sei avvicinata al mondo della programmazione quando eri una ragazzina, avevi 13 anni ed era forte il tuo desiderio di dimostrare ad Al Gore quanto stimassi i suoi ideali e la sua persona. Hai deciso quindi di creare una pagina web, ma nel 2000 (circa) non esistevano ancora facebook, tumblr o simili e allora, senza abbandonare il tuo obiettivo, hai deciso di imparare a programmare.

Ci racconti cosa ha fatto e da dove ha iniziato quella caparbia ragazzina di 13 anni?


L: avevo 13 anni ed ero follemente innamorata di Al Gore, allora vice-presidente degli Stati Uniti. Avevo tutta quella passione e quell’energia che contraddistinguono i ragazzi adolescenti e volevo creare un sito web per lui nella mia lingua, il finlandese. A quei tempi i social network non esistevano, quindi l'unico modo che avevo per esprimere tutti i miei sentimenti era quello di imparare il linguaggio HTML e CSS. Questo passaggio della mia vita ha probabilmente influenzato i miei passi successivi e di conseguenza tutta la mia carriera nell'ambito della programmazione: per me il coding ha sempre avuto a che fare con la creatività, l’espressione e l’applicazione pratica.


Internet è stata la mia vera scuola, il luogo per eccellenza della mia formazione: il suo DNA più profondo risiede nella condivisione e il suo tessuto variopinto, spontaneo ed imprevedibile è profondamente umano. Ho imparato a programmare usando Google. Tantissime istruzioni su come costruire qualcosa erano già on-line nei primi anni 2000 e oggigiorno si può imparare quasi tutto grazie a Khan Academy e ad altri MOOCs. In questo viaggio mi ha guidato solo il mio interesse per questo mondo: ho cominciato con HTML e CSS ma ben presto mi sono resa conto di tutti i loro limiti. Ho avuto il problema di voler creare una galleria fotografica, senza dover ridimensionare una ad una tutte le immagini. Così ho scoperto PHP e ho imparato le cose in maniera più organica, guidata sempre dalla mia sola curiosità.

 

B: nella tua TEDtalk parli di come dovrebbe, giustamente, cambiare la visione che si ha sulla materia informatica: complessa e misteriosa tanto da sembrare magica. E di come dovrebbero essere soprattutto i genitori a trasmettere ai propri bambini e bambine un’ idea differente su questo mondo. Cosa hanno pensato e come si sono comportati i tuoi genitori riguardo a questa insolita passione soprattutto per una ragazza?


L: i miei genitori mi hanno sempre sostenuta in mille modi diversi. Non mi hanno mai condizionata ad intraprendere una carriera nel settore della tecnologia ma mi hanno aiutata assecondando le mie predisposizioni e spingendomi a seguire i miei veri interessi.
Quando ero ragazzina mio padre portò a casa un computer portatile. Era all'inizio degli anni novanta quando i computer erano assurdamente costosi. Quello era il suo portatile del lavoro con importanti file all’interno. Ma lui disse a me e ai miei fratelli che non c'era nulla che fosse irreversibile in tutto quello che normalmente non andava fatto con un computer. É stata un'affermazione piuttosoto audace, dato che a quel tempo non c'era ad esempio Dropbox o altri sistemi automatici di backup. Il risultato fu che distrussi Windows probabilmente un po’ di volte, ma imparai anche come risolvere i problemi e sviluppai questo atteggiamento temerario verso i computer che è stato davvero alla base di tutto ciò che faccio. Tutti i miei libri sono dedicati a mia madre, dal momento che è lei il caposaldo e la mia ispirazione in ogni cosa che faccio. Lei è il mio primo critico e continua a ricordarmi la magia dell'infanzia, quando tendo a guardare solo l'aspetto tecnico delle cose.

 

B: credi che forse, il compito di cambiare questa visione sul mondo informatico e sui computer, oggetti spesso visti noiosi e solitari, dovrebbe essere anche di tutti gli educatori ed insegnanti che ogni giorno passano del tempo con i bambini e le bambine, fuori e dentro le scuole?

 

L: ciascun insegnante rappresenta la chiave tra gli studenti e la programmazione. Gli studenti hanno il diritto di conoscere i computer, l’ informatica ed il mondo del codice. Durante gli anni della scuola primaria impari la biologia anche se non tutti diventeremo dei biologi. Allo stesso modo non tutti diventeranno programmatori ma tutti hanno il diritto di studiare la programmazione.

Quando ho iniziato a scrivere questo libro non sapevo quasi nulla di pedagogia. Mi piaceva la programmazione ma confondevo Jean Piaget e Seymour Papert, non distinguevo il pensiero computazionale dal costruttivismo. Avevo solo ben chiaro il tipo di mondo che mi sarebbe piaciuto creare. Per me l'informatica era magica, affascinante e fantasiosa - ma i materiali per il suo insegnamento spesso noiosi e poco stimolanti.

Credo che troppo spesso pensiamo che l’apprendimento della programmazione significhi stare seduti di fronte ad un computer e rinunciare al gioco, alla vita all'aria aperta, alle esperienze sociali, ecc. I giochi nei boschi sono stati una parte importante della mia stessa infanzia e non permetterei che le generazioni future non facessero questo tipo di esperienza. Ritengo che noi esseri umani possiamo essere molte cose allo stesso tempo, non utilizziamo il sistema binario come i computer. E questo significa che i bambini potrebbero giocare nel bosco ma allo stesso tempo chiedersi come sarebbe se tutti gli alberi avessero dei sensori al loro interno. O potrebbero magari imparare a dare forma alla propria casetta sull’albero con un programma CAD.

I concetti del pensiero computazionale sono estremamente più affascinanti nel momento in cui ci rendiamo conto che la loro presenza è costantemente attorno a noi. Ispirata da Maria Montessori, mi sono esercitata per rendere l’informatica concreta, specifica e comprensibile al bambino. Un computer può assumere mille forme.

 

B: in alcuni tuoi importanti interventi hai detto che il linguaggio dei computer dovrebbe essere insegnato nelle lezioni di matematica, di arte, scienze, storia ed educazione fisica, questo siginifica che in questo linguaggio tu vedi un grande potere trasversale. In Finlandia, nelle scuole, la programmazione viene insegnata dalla scuola primaria. Ci spieghi come?

 

L: abbiamo inserito la programmazione come parte del programma curricolare di base dalla fine del 2016. Insegnare la programmazione nella scuola primaria significa principalmente insegnare il pensiero computazionale: saper scomporre un problema, dare comandi chiari ad un computer e pensare in modo sequenziale. La difficoltà, come in quasi tutti i paesi, è la mancanza di insegnanti, di piani di studio e di esperienze pedagogiche per l’insegnamento a gruppi organizzati per età.

Credo che la scelta più importante che abbiamo fatto non sia stata quella di rendere la programmazione una vera e propria materia in sé (come invece è successo nel Regno Unito) ma averla implementata attraverso il programma scolastico. Questo significa che i bambini crescono utilizzando la programmazione come uno strumento in più per il problem-solving e l’espressione di sé, insieme a carta, righello, penne e il loro movimento. La programmazione viene insegnata in matematica, in biologia, nelle discipline manuali e persino in educazione fisica.

Le scuole costituiscono uno dei modi più efficaci per democratizzare un’abilità, ecco perché penso che sia saggio introdurre la programmazione per i bambini in tenera età. Gli alunni hanno il diritto di capire come il mondo prenda forma attraverso la tecnologia. Ritengo che ogni paese è unico, e più ho lavorato con nazioni diverse (il libro “Hello Ruby” è stato tradotto in più di 20 lingue) più mi sono resa conto che per l'istruzione non esiste una panacea. Mi è stato spesso chiesto come avrei implementato il coding in un determinato Paese: credo che la questione si riduca a quei difficili confronti su come vogliamo che i nostri figli vengano educati, su che tipo di cittadini vengano fuori dall’imbuto del sistema formativo. Prima mi frustrava la lentezza del cambiamento in materia d’istruzione, ma ora sono contenta che sia un sistema che non cambia troppo facilmente. E’ importante che le diverse parti in causa possano dar voce alle proprie opinioni, e la comprensione si costruisce attraverso la comunicazione.


Premesso questo, per me è da evidenziare quanto segue:

  1. Amo la rigorosità e l’audacia del programma informatico nel Regno Unito, che è una nazione con una lunga tradizione nel settore informatico (Ada Lovelace, Alan Turing, Tim Berners-Lee, RasberryPi ..). E sono entusiasta del fatto che condividano con il resto del mondo così tanto di quello che imparano
  2. L'Australia ha un programma informatico davvero affascinante, creativo, che comprende tanti elementi multidisciplinari
  3. Gli Stati Uniti hanno appena prodotto una “Scienza del Computer”, dal livello Kindergarten fino al 12° quadro. Essa delinea in modo molto lucido e chiaro tutti i volti dell’informatica, delle reti e delle implicazioni sociologiche che dovremmo insegnare. Ogni paese potrebbe trarre beneficio dalla lettura di questo materiale.
  4. In Corea del Sud sono rimasta impressionata dalla comunità dei docenti e dai contenuti creativi e divertenti che si stanno sviluppando intorno all’informatica.


B: ci racconti come, e se ti è stato utile nel tuo percorso lavorativo e di vita imparare a programmare da ragazzina?

 

L: ecco, non svolgerei questa professione se non avessi imparato la programmazione. Ciò detto, in particolare l'idea della perseveranza (non scrivo mai un programma al primo colpo!) è stata davvero fondamentale per me. Non credo che avrei imparato a disegnare senza avere prima imparato a programmare. Quello che sembrava un compito enorme e insormontabile è stato reso molto più gestibile dal romperlo prima di tutto in pezzi più piccoli: se prima imparo a disegnare un cerchio, posso poi passare ad attività più avanzate.

 

B: quali sono, ad oggi, i software di programmazione che ti sentiresti di consigliare a chi comincia e perché?

 

L: una grandissima parte della nostra quotidianità trascorre davanti ad uno schermo. Credo che l’esplorazione e l’interazione offline di genitori e figli abbia grande valore. Ecco perché “Hello Ruby” è pensato per bambini dai 5 ai 7 anni, bambini che non necessariamente sanno ancora leggere o scrivere. E c'è un patrimonio di conoscenze sui computer e sui concetti dell’informatica che possiamo insegnare ai piccoli prima ancora di aprirlo un computer: il pensiero astratto, la scomposizione di un problema o l'organizzazione di azioni in sequenze.

Ho sempre immaginato un genitore (che sia una mamma o un papà) che legge un libro al proprio bambino/bambina ed esplora il mondo della tecnologia insieme a lui/lei. Sono convinta che le storie rimangano con noi per molto tempo e anche da adulti tendiamo a riflettere le lezioni che abbiamo imparato da bambini (io di certo sono ancora influenzata dai Moomins, Calvin e Hobbes, e Mathilda). “Hello Ruby” è il mio tentativo di trasmettere questa esperienza precoce con i computer e la cultura informatica.

Di solito consiglio risorse come Scratch o Code.org dopo “Hello Ruby”. Soprattutto con i bambini più piccoli è importante scegliere un linguaggio che riduca al minimo la frustrazione di eventuali errori di sintassi (quando accidentalmente si dimentica un punto e virgola o si sbaglia a digitare), optando per un linguaggio in cui possano concentrarsi sull’espressione di sé stessi. Ma lo stesso vale per gli adulti - non credo che potrei mai essere un programmatore C#, semplicemente il mio cervello non pensa in quel modo. Ruby è stato il primo linguaggio di programmazione con cui mi sono sentita forte, si adattava veramente al mio modo di strutturare i problemi. Spesso dimentichiamo che la programmazione non è affatto meccanica, non è una soluzione a senso unico a dei problemi, ma un processo molto creativo, spesso quasi artistico.

 

B: hai detto “Se il coding è la nuova lingua franca, occorre insegnare la poesia, non la grammatica”. Ci spieghi meglio cosa intendi dire con “ programming poetry”?


L: la programmazione è un ambito così giovane che sta ancora trovando la sua voce e dobbiamo solo incoraggiare le persone, tante e diverse, a cercarla. Per me le storie sono state la chiave. Ritengo che i racconti siano la forza più formativa della nostra infanzia. Le storie che leggiamo crescendo influenzano il modo in cui percepiamo il mondo quando cresciamo. Per una qualche ragione i racconti non sono stati utilizzati come parte dell’istruzione sulla tecnologia, anche se tante ricerche suggeriscono che le storie sono il modo migliore per capire dei concetti nuovi, in particolare durante l'infanzia, ma anche in età adulta. Quindi per me è stato un abbinamento naturale. Quando ho cominciato a disegnare le avventure di Ruby, ho iniziato a vedere storie e personaggi dappertutto nel mondo della tecnologia.

Quando parlo di poesia del coding penso ai modi in cui impariamo le lingue naturali. Non ho imparato l’inglese solo coniugando i verbi inglesi o facendo esercizi con i diversi nomi. Ho imparato l'inglese parlando, scrivendo, esprimendomi. E anche se i linguaggi di programmazione non sono linguaggi naturali, penso che dovremmo, con consapevolezza, offrire numerosi percorsi pedagogici diversi a questa disciplina, per assicurarci di attirare una moltitudine diversificata di persone.

Un altro modo di guardare l'idea della poesia è quella di pensare alla dicitura “nativo digitale”. È quasi come presumere che i bambini imparerebbero l'italiano in virtù del semplice fatto di essere circondati dalla lingua tutto il giorno, di ascoltare e argomentare nella lingua. No. Facciamo ancora tanti sforzi per insegnare ai bambini la loro lingua madre, facendogli leggere la letteratura (classica e contemporanea), scrivere in prosa e poesia, imparare la retorica e così via. Lo stesso vale per la tecnologia: i nostri figli potrebbero esserne circondati, ma tocca ancora a noi adulti guidarli e indirizzarli.

 

B: il tuo libro Hello Ruby, edito in Italiano da Erickson, non tratta di come “imparare il Coding”, né insegna linguaggi di programmazione specifici ma introduce le basi del pensiero computazionale di cui ogni piccolo futuro programmatore avrà bisogno. Ad oggi pare non ci sia ancora una definizione univoca di pensiero computazionale, ci dici cos’è secondo te e perché è tanto importante che i bambini possano svilupparlo fin dai primi anni di vita?

 

L: non credo che tutti saranno programmatori informatici ma la capacità di parlare e strutturare il pensiero in un modo in cui un computer è in grado di capirlo sarà una delle future abilità di base, qualunque sia il proprio settore. Game designer, biologi, analisti di dati... non ci sono molte professioni che non trarrebbero vantaggio da competenze di programmazione. I linguaggi di programmazione vanno e vengono, ma la tecnologia rimarrà. Il pensiero computazionale è un utile avvicinamento in questo senso, ma siccome non sono una scienziata o una ricercatrice, lascio le definizioni a chi se ne occupa tutto il giorno.

 

B: il termine “coding” è differente da quello di “programmazione” secondo te perché spesso vengono usati come sinonimi, pensi sia giusto farlo?

 

L: io li uso indistintamente. So che probabilmente c'è una differenza ma, per quanto mi riguarda, potrei anche semplicemente utilizzare "dare istruzioni a un computer" per includere entrambi.

 

B: quali ritieni siano le intelligenze, o l’intelligenza, che i bambini utilizzino di più nel processo di programmazione informatica e quindi favoriscano lo sviluppo del pensiero computazionale?

 

L: credo che esistano diverse intelligenze ad esempio:

  1. La scomposizione del pensiero logico. Come dice Ruby: "Anche i più grandi problemi del mondo sono solo piccoli problemi messi insieme". Ogni programmatore inizia scomponendo il problema in esame in quel momento.
  2. La creatività e la collaborazione. Sebbene le istruzioni che un programmatore dà a un computer debbano essere esatte, nella giusta sequenza e denominate con precisione, la programmazione è anche altamente creativa. Provate con un vostro amico a darvi istruzioni l'un l'altro su come lavarsi i denti e vedrete quanti diversi modi ci sono per dare dei comandi!
  3. Il Debug e la perseveranza. Imparare a programmare è praticamente imparare a superare gli errori. Anche i migliori programmatori dimenticano un punto e virgola di tanto in tanto e devono tornare indietro a trovare l'errore. Questo si chiama debug.

 

B: sappiamo che sei un’estimatrice di Loris Malaguzzi e dei suoi “100 linguaggi” dei bambini, noi di Boboto siamo dei grandi sostenitori della pedagogia montessoriana, alla quale la filosofia malaguzziana è vicina. Troviamo che la sequenzialità logica che riscontriamo nelle azioni fatte per l’uso corretto di un materiale strutturato è la stessa che ritroviamo nell’attività di programmazione informatica. Inoltre i vari modelli di robotica (Lego WeDo, Cubetto, Bee-bot ecc.) presentano caratteristiche che permettono l’interazione in prima persona del bambino e l’esperienza manuale sono auto-correttivi, sposando quindi l’importante concetto del controllo dell’errore nei materiali strutturati Montessori, dando al bambino la possibilità di fare e sperimentare da solo e stimolando diversi sensi, tra cui il tocco, il suono e la vista.

Hai anche tu una tua interpretazione che possa legare questo mondo tecnologico, all’apparenza così freddo, alla creatività e all’arte che tanto caratterizza Malaguzzi?

 

L: del metodo “Reggio” ho imparato ad amare il concetto dei cento linguaggi dei bambini. L’idea centrale di “Reggio Children” è che un bambino ha centinaia di modi per esprimere se stesso: con l’argilla e i gesti, con la vernice e i timbri. Nelle scuole, tuttavia, spesso limitiamo i bambini alla sola scrittura e lettura. Gli educatori di “Reggio” invece, trattano un computer come un altro materiale per l’apprendimento, insieme a carta, righello, penne e movimento. Uno dei cento.

"Il computer è come uno straniero, se gli vuoi parlare devi parlare la sua lingua." "Sì, ma il computer deve anche capire come parliamo, e deve fare quello che vogliamo che faccia." 

Bambini della scuola materna Diana,

Cento linguaggi del bambino

Uno degli aspetti che ho apprezzato del “Reggio Children” è stata la natura aperta dei progetti, a cui possono apportarsi variazioni e modifiche di ogni tipo. Molti dei miei esercizi preferiti cominciano con i bambini che pongono delle domande che gli interessano come "Che tipo di computer servirebbe a un medico per delfini?", "Qual è l’animale più pericoloso del mondo?" o "Se il mio computer di carta potesse stampare caramelle?". Attraverso tutto il processo di esplorazione e sperimentazione imparano l’astrazione, la collaborazione, le basi dei media, e sviluppano una pletora di idee forti che non avrei mai previsto. Ecco perché la maggior parte degli esercizi include dei punti di discussione, e pochi di loro hanno delle risposte giuste o sbagliate. Penso che sia importante dare ai bambini il permesso di fidarsi di se stessi e consentire molte risposte giuste ad una domanda.

Ho sempre amato l'idea della programmazione come il mattoncino Lego del linguaggio. Praticamente si crea qualcosa dal nulla: e costruisci mondi e strutture sempre più complesse, senza la necessità di componenti fisici. La maggior parte dei bambini si sente un po’ impotente nella propria vita. Qualcun altro salta fuori con delle regole. Non è così nella programmazione - sei tu il re del tuo universo.

Io sicuramente mi auguro di vedere la programmazione diventare uno strumento nella grande scatola dell’espressione di sé, insieme con pastelli e blocchi di legno, prismi e pipette. In questo modo avremo una cultura informatica più colorata ed emozionante.

 

B: grazie Linda, per le tue belle parole e per la tua disponibilità e ci auguriamo di incontrarti presto in Italia con uno dei tuo bellissimi TEDTalk.